Il docente di sostegno: insegnare, non curare. Il Perché il "sostegno" descritto da Luca Trapanese rischia di dimenticare la didattica
Le parole di Luca Trapanese hanno sicuramente il merito di riportare al centro dell’attenzione pubblica il tema della disabilità. Tuttavia, quando si parla di sostegno scolastico, si rischia spesso di cadere in un equivoco che andrebbe chiarito una volta per tutte: la scuola non è un luogo di cura sanitaria e l’insegnante di sostegno non è un medico, né un operatore sanitario.
Capita ancora troppo spesso che questa figura venga interpretata in chiave assistenziale, quasi fosse una sorta di prolungamento della terapia fatta a casa. Ma è una visione riduttiva. Il cuore del lavoro del docente di sostegno è la didattica: insegnare, trovare strade alternative, costruire accessi possibili alla conoscenza per ogni studente.
Tra specializzazione e svalutazione
Eppure, paradossalmente, proprio questi insegnanti – spesso con percorsi formativi più lunghi, specializzati e selettivi – vengono ancora considerati come figure “di serie B”. C’è chi li vede come semplici accompagnatori dell’alunno, o peggio come una risorsa da utilizzare all’occorrenza per coprire le emergenze della classe. Una distorsione che non rende giustizia al loro ruolo.
Va ricordato con chiarezza: il sostegno non è assegnato a un singolo studente, ma all’intera classe. Il suo obiettivo è l’inclusione, che è prima di tutto un processo educativo e pedagogico. Significa rendere il sapere accessibile, adattarlo, modellarlo sulle diverse esigenze, trasformando le difficoltà in opportunità di apprendimento.
Il rischio del modello sanitario
Se si continua a interpretare il sostegno come una funzione sanitaria, si rischia di fare un doppio errore. Da un lato si svaluta la professionalità di docenti formati in pedagogia speciale e psicologia; dall’altro si priva lo studente del suo ruolo principale, quello di alunno, riducendolo implicitamente a “paziente”.
A questo proposito, va fatta una precisazione importante nel confronto con l’Europa. È vero che in alcuni Stati dell’Unione Europea il sostegno viene affidato a specialisti medici; tuttavia, è altrettanto vero che in taluni di questi Paesi gli alunni con disabilità sono ancora inseriti in classi speciali. Si tratta di un modello di separazione che il sistema italiano, con lungimiranza, ha scelto di superare abolendole definitivamente per puntare su un'integrazione totale.
Rivalutare davvero questa figura significa cambiare prospettiva: l’inclusione non nasce dalla sorveglianza né da interventi clinici, ma da strategie didattiche efficaci, pensate e messe in pratica da insegnanti competenti. Solo così lo studente con disabilità può essere parte viva della classe, non un elemento separato seguito da uno “specialista”, ma un protagonista del percorso educativo.
Comprendere le difficoltà delle famiglie – che Trapanese racconta bene – è fondamentale. Ma è altrettanto importante non cedere alla tentazione di trasformare la scuola in un’estensione del sistema sanitario. Restituire dignità al docente di sostegno significa riconoscere che il suo compito è insegnare, non curare. Ed è proprio attraverso l’istruzione e la cultura che si costruisce una vera integrazione, quella che nessun intervento medico potrà mai sostituire.

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